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20 April 2018

Convegno “Convegno Invecchiare nel corpo, invecchiare nella mente: armonie e disarmonie”. Comunicato stampa conclusivo

Convegno “Convegno  Invecchiare nel corpo, invecchiare nella mente: armonie e disarmonie”. Comunicato stampa conclusivo

Comunicato stampa conclusivo

 Convegno
Invecchiare nel corpo, invecchiare nella mente: armonie e disarmonie
Centro studi Alvise Cornaro
Venerdì 11 novembre 2016
Aula Magna dell’Università di Padova

cornaro_2016_01webVenerdì 11 novembre si è tenuto nell’Aula Magna dell’Università di Padova il Convegno annuale del Centro Studi Alvise Cornaro, che è stato dedicato quest’anno al tema della fragilità nell’anziano. Con il titolo “Invecchiare nel corpo, invecchiare nella mente: armonie e disarmonie” si è indagata la riduzione delle riserve funzionali nella vecchiaia e della resistenza allo stress fisico ed emotivo.

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Clelia Tabacchi Sabella

L’11 novembre è stata una data particolare. Nello stesso memento in cui si teneva il convegno, si svolgevano a Milano, i funerali di Umberto Veronesi. Il noto scienziato, nel 1995, eravamo agli albori del Centro Studi, è stato insignito del Premio Alvise Cornaro. Un saluto e un ricordo al grande scienziato è stato rivolto in apertura dalla Presidente Clelia Tabacchi Sabella.

“Veronesi, ha detto la presidente, è stato uno dei primi testimonial del nostro lavoro. In quella lontana occasione, cornaro_2016_30_webci ha dedicato un significativo saluto ‘Sono pieno di ammirazione per l’Associazione Alvise Cornaro e per la straordinaria attività che con tanta generosità svolge, ma soprattutto sono pieno d’orgoglio per essere stato prescelto per l’ambitissimo premio” (16 agosto 1995)”. Parole generose che ci hanno stimolato nel nostro percorso. Oggi, sul Corriere della Sera, la figlia Paola, ha ricordato che il padre le confidò che la Fondazione Veronesi nacque in seguito a un premio ricevuto. “Fa piacere, che anche noi abbiamo messo il nostro sassolino per la nascita della Fondazione Veronesi.”

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Maria Luisa Nolli

Dopo i saluti del Comune di Padova, portati dalla dottoressa Maria Luisa Nolli, il Convegno è iniziato con l’intervento di Stefania Maggi, Dirigente di Ricerca CNR, Istituto di Neuroscienze e membro del Consiglio Direttivo del Centro Studi Alvise Cornaro. (Vedi intervista) Nel suo un intervento, Maggi ha definito il concetto di vulnerabilità dell’anziano e indicato alcune attività che permettono di recuperare in termini di salute e di benessere. (Vai alle  slide)

Sono cinque le caratteristiche che definiscono la vulnerabilità nell’anziano: 1. perdita di peso involontaria ≥ 5% nell’ultimo anno; 2. stanchezza o affaticamento; 3. sedentarietà; 4. andatura lenta (cammino per 4 metri); 5. debolezza muscolare.

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Stefania Maggi

Le conseguenze possono essere molto importanti con complicanze che possono portare alla disabilità e anche alla morte.

Si tratta di uno stato, tuttavia, che ha importanti percentuali di reversibilità. Il 23% può, infatti, ritornare da una condizione di fragilità a quella di pre-fragilità e quasi il 12% dallo stato di pre-fragilità a quello di individuo sano.

Come evitare o regredire da questa condizione? Nel suo intervento Maggi ha voluto lanciare alcuni messaggi positivi sia in termini di prevenzione che di terapia, con alcuni consigli. Il primo di questi riguarda l’attività fisica, i cui benefici sono certificati da una lunga storia di indagini scientifiche sottolineando come l’attività fisica, si è dimostrato, non influisce solo sul “corpo”, in particolare sulla diminuzione della massa grassa, ma anche sulle capacità cognitive.

All’attività fisica si deve affiancare, per una buona prevenzione, una corretta alimentazione. Una grande mole di studi indicano nella dieta mediterranea un alleato fondamentale contro la fragilità. Oggi, ha precisato Maggi, si preferisce ampliare il concetto di dieta e parlare di “stile mediterraneo”, come adesione a uno stile alimentare che interviene sulla salute cardiovascolare, sul diabete e sulla stessa fragilità e in generale sul benessere fisico.

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Alessandro Martini

La seconda lettura è stata tenuta dal prof. Alessandro Martini, Ordinario di Otorinolaringoiatria, direttore DAIS di Neuroscienze e Organi di Senso, Azienda Ospedaliera Università degli Studi di Padova, dal titolo Udito e equilibrio: cofattori nella fragilità dell’anziano?

Martini (Vedi intervista) ha esordito con un dato di grande rilevanza. “La letteratura dimostra che l’ipoacusia severa è in grado di aumentare, in maniera indipendente rispetto ad altri potenziali fattori, di ben 5 volte il rischio di sviluppare demenza.” E’ quindi un cofattore importante del decadimento cognitivo e dello stesso Alzheimer.  (Vai alle  slide)

Ma i problemi dell’udito hanno un grande impatto anche sull’equilibrio – organo che fa parte appunto dell’udito – e che può comportare cadute con conseguenze molto gravi per lo stato complessivo della persona.

Inoltre, altro concetto sviluppato da Martini, l’ipocusia incide sulla comunicazione. La nostra comunicazione è in gran parte orale, ha ricordato Martini e un deficit dell’udito influisce su di essa. Le protesi o l’impianto cocleare aiutano moltissimo, ma si tratta anche di capire il funzionamento dell’udito per mettere in atto atteggiamenti corretti. L’orecchio infatti non è un registratore, ma un canale di comunicazione con il cervello. In presenza di una persona ipocusica si tende ad aumentare il volume della voce mentre l’atteggiamento corretto sarebbe quello di diminuire il numero di parole per minuto. Infatti è il canale di trasmissione dall’orecchio al cervello che si trova in difficoltà. Chi sente, chi ascolta è infatti il cervello, non l’orecchio. Per questo, in situazioni difficili, per poter sentire devono essere impiegate dal soggetto molte risorse cognitive.

Per illustrare il concetto, Martini usa l’immagine della piramide rovesciata. Se la società può infatti essere rappresentata come una piramide con una moltitudine di elementi alla base e un vertice sempre più ristretto, l’udito ha alla propria base poche cellule che portano gli stimoli alla corteccia cerebrale dotata di un numero di gran lunga superiore di cellule.

C’è una correlazione tra iposucia e decadimento cognitivo? Per Martini la risposta è positiva ed è dimostrata, oltre che da successivi studi e da alcune ricerche in corso, da uno studio epidemiologico fatto proprio a Padova molti anni orsono.

Oggi, ha concluso Martini, possiamo dire che è possibile rallentare la progressione dell’ipocusia e che, rallentare di un solo anno l’evoluzione del quadro clinico, porterebbe ad una riduzione del 10% del tasso di prevalenza della demenza nella popolazione generale.

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Stefano Masiero

La terza lettura è stata del prof. Stefano Masiero, Professore Ordinario Medicina Fisica e Riabilitativa – Università degli Studi di Padova dal titolo Fisioterapia e ripartenza incentrata in gran parte sulle nuove tecnologie a disposizione e in particolare sui contributi della robotica. (Vedi intervista) Per Masiero va innanzitutto respinto il pregiudizio che ritiene che gli anziani facciano resistenza alle nuove tecnologie. “L’esperienza ci sta dicendo che sono molto ad accettare terapie che si avvalgono di diverse tecniche e tecnologie.” Quindi nessuna chiusura al progresso e alla modernità.

Inoltre molte persone anziane dimostrano grande adattabilità essendo ancora presente la plasticità del cervello. Per una fisioterapia che procuri una ripartenza è molto impostante che la proposta di intervento sia adattata alla singola persona e alla sua età.

E’ per capire l’esatta situazione del paziente che ci vengono in aiuto le nuove tecnologie. Si parte dalla valutazione del movimento che offre molte indicazioni utili. Un tempo erano delegati all’esperienza del medico, al suo “occhio clinico”.  Oggi la robotica e le nuove tecnologie sulla stimolazione corticale ci offrono molte informazioni sulla situazione dei vari muscoli e quali di questi impediscono una deambulazione fisiologica.

Oggi possiamo misurare le varie fasi e le risposte della cinematica e della cinetica del movimento e capire la situazione di fragilità e la pre-fragilità con informazioni anche di tipo predittivo. Studi recenti indicano che una diminuzione della velocità di deambulazione possono precedere la presenza di un deficit cognitivo.

E’ da questa analisi che si costruisce il piano terapeutico riabilitativo anche con l’utilizzo della robotica in grado di aumentare l’efficienza e l’efficacia del programma.

Nella terapia, poi, la robotica interviene con sistemi aptici. Il robot impara dal paziente in modo che il paziente impari dal robot. Strumentazioni costruite per interagire con l’uomo e aiutarne i movimenti con un vero e proprio lavoro di ri-apprendimento.

Infine Masiero ha fatto riferimento alla Neuromodulazione, un nuovo campo di studio che va ad operare una stimolazione cerebrale o corticale, attraverso stimolazione elettrica o magnetica non invasiva e a bassa intensità, si riesce a modulare in senso inibitori o eccitatorio l’azione su una cellula. L’attivazione corticale riesce a far effettuare un esercizio operando quindi un vero e proprio ri-apprendimento motorio.

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Nicoletta Berardi

E proprio sulla plasticità cerebrale e sulle possibilità di recupero è incentrato l’intervento Nicoletta Berardi, Dipartimento di Neuroscienze, Psicologia, Area del Farmaco, Salute del Bambino, Università di Firenze, e Istituto di Neuroscienze, CNR, Pisa, dal titolo Allenare il cervello per invecchiare bene. La professoressa Berardi fa parte della scuola del prof. Lamberto Maffei che a questo tema ha dato contributi fondamentali.  (Vedi intervista) 

L’intervento parte da una domanda alla quale cerca la risposta. “Perché allenare il cervello può essere utile per invecchiare con successo o ancora invecchiare con grazia o ancora invecchiare con gioia?” (Vai alle  slide)

Per Berardi l’invecchiamento rappresenta un’opportunità ma anche un problema e i problemi vengono principalmente dalla fragilità, in particolare quella cognitiva. “E’ la più grande minaccia all’invecchiamento di successo.”

Che non invecchiamo tutti nello stesso modo fa parte dell’evidenza e dell’esperienza di ciascuno di noi. Questo dato lo si può osservare anche a livello cerebrale. Non memorizzeremmo nulla se i circuiti cerebrali non fossero plastici. Esiste inoltre nell’invecchiamento una plasticità compensativa che si manifesta con l’attivazione di un maggior numero di aree cerebrali durante l’esecuzione di un compito in soggetti anziani rispetto a soggetti giovani.

Mentre alcuni fattori associati ad un invecchiamento di successo sembrano legati al patrimonio genetico o ad aspetti dell’esperienza infantile o giovanile, come la scolarità, altri sono legati a fattori dello stile di vita. Questi includono la nutrizione, il non fumare, il praticare attività fisica, l’essere coinvolti in attività cognitivamente stimolanti. Si è visto che molti di questi fattori sono modificabili anche nella mezza età o nell’età anziana, in modo da promuovere un invecchiamento sano.

La malattia, tuttavia, inizia molto prima del momento della diagnosi. Per illustrare le possibili evoluzioni del danno cognitivo lieve, Berardi propone l’immagine di una rotatoria.  Chi è affetto da danno cognitivo lieve è come se si trovasse all’interno di una rotatoria. Può continuare a girare all’interno della stessa oppure uscirne sia per ritornare verso un invecchiamento sano, ma anche, purtroppo, per imboccare la strada della demenza. “Possiamo fare qualcosa. Possiamo almeno fare in modo che non escano dalla rotatoria?” Si chiede Berardi.

L’approccio proposto per un esito favorevole è quello dell’invecchiamento arricchito, Vale a dire una combinazione di attività cognitivamente stimolanti, di attività fisica, di interazioni sociali (interesse, curiosità, soddisfazione). Si tratta di una approccio sperimentato dapprima sugli animali e si è visto che produce un aumento della plasticità neurale, un potenziamento dei processi di apprendimento e memoria e neuroprotezione, particolarmente evidenti negli animali anziani.

Sull’uomo ci sono evidenze che mostrano come uno stile di vita ricco di attività cognitivamente stimolanti, di attività fisica e di interazioni sociali, correlati tra loro, da una maggior probabilità di mantenere un buono stato cognitivo anche in età molto anziana. Si è visto che queste attività hanno effetto anche quando intraprese dopo la mezza età o in età decisamente anziana. “Importante – ha sottolineato Berardi –  che siano attività che danno soddisfazione.”

Un semplice messaggio finale valido per tutti. “Passeggiate, fate tante passeggiate. Incontrate qualcuno e fate attività sociale, e anche attività cognitiva. A questo unite una buona dieta mediterranea e le cresceranno le possibilità di un invecchiamento di successo.”

A margine del convegno è stato infine presentato il “Progetto pilota per la valutazione della fragilità e dei deficit sensoriali nell’anziano istituzionalizzato” che sarà realizzato nei primi mesi del prossimo anno grazie alla sponsorizzazione di Salmoiraghi & Viganò. Il senso della cooperazione con l’OiC è stato illustrato nel corso del convegno da Ernesto Burattin, Direttore generale Fondazione Opera Immacolata concezione.  (Vedi intervista) 

Sinossi del progetto
(Vai alle  slide)

Nei primi mesi del 2017 partirà il Progetto pilota per la valutazione della fragilità e dei deficit sensoriali nell’anziano istituzionalizzato. Il progetto, che coinvolgerà 190 anziani residenti presso le strutture della Fondazione Opera Immacolata Concezione di Padova, è realizzato dal Centro Studi Alvise Cornaro di Padova, in collaborazione con il CNR–Istituto di Neuroscienze, Padova “Invecchiamento”, l’Unità Operativa Complessa di ORL-Otochirurgia e Chirurgia Endoscopica delle vie aree, Azienda ospedaliera Università di Padova, e l’Unità Operativa Complessa di Rabilitazione Ortopedica dell’Azienda Ospedaliera di Padova.

Gli obiettivi di questo studio pilota sono valutare la prevalenza di fragilità, la prevalenza dei disturbi dell’udito e della vista e l’associazione tra fragilità e disturbi sensoriali visivi e/o uditivi in soggetti anziani residenti in casa di risposo.

Perché questo studio: la fragilità è una sindrome fisiologica caratterizzata dalla riduzione delle riserve funzionali e dalla conseguente diminuzione della resistenza agli stress fisici e psicologici. L’anziano fragile è a rischio di esiti negativi quali cadute, disabilità, ospedalizzazioni e mortalità ma può ancora beneficiare di interventi preventivi . Diventa quindi di primaria importanza individuare i soggetti fragili e le aree di possibile intervento.

I fattori di rischio della fragilità: i disturbi della vista e dell’udito, molto frequenti tra gli anziani, sono fattori di rischio per lo sviluppo di fragilità e per la sua progressione a disabilità, ed è quindi importante valutarne la prevalenza tra i soggetti fragili.

 

Ufficio stampa: Studio Lavia
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